Il Polittico

SUMMANA.

 


Evidente con il decreto del 17 febbraio 1867.

Le elezioni furono ripetute il successivo 14 aprile. I risultati fecero registrare la sconfitta degli amministratori uscenti.

Enrico Giova, principale artefice dell’annullamento delle precedenti elezioni, venne eletto consigliere provinciale e consigliere comunale.

Il Cav. Pellegrino, perduto il sostegno del suo elettorato, uscì per sempre dalla scena politica ed amministrativa e la carica di sindaco passò al notaio d. Luigi Passarelli.

Per concludere si può osservare, senza la minima pretesa di esprimere un giudizio critico, che la gestione amministrativa del sindaco Michele Pellegrino, benché contrastata duramente dai suoi oppositori e, soprattutto, dalle mille difficoltà oggettive che caratterizzarono i primi anni dell’unità nazionale, fece avanzare, sia pure di poco, sulla via del progresso il comune di Somma, che egli stesso, in un momento di profonda sfiducia, ebbe a definire “soggetto nello stato di fallimento”.

Giorgio Cocozza

-BIBLIOGRAFIA.

Saladino A., Il tramonto di una capitale: Napoli e la Campania nella crisi finale della monarchia borbonica, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, Nuova Serie, Anno XL, Napoli 1961. Scirocco A., Dalla seconda restaurazione alla fine del Regno, Storia del Mezzogiorno, voi. IV, Roma 1968. Scirocco A., Il Mezzogiorno dalla crisi all’unificazione (1860-1861}, Napoli 1981.
Scirocco A., Il Mezzogiorno nell’Italia unita (1861-1865),Napoli 1979.
Demarco D., Il crollo del Regno delle due Sicilie, Napoli 1960.
De Lutio L., I sedili di Napoli, S. Giorgio a Cremano 1973. Galasso G., M ezzogiorno medioevale e moderno, Torino 1975.
Angrisani A., Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla cillà di Somma Vesuviana, Napoli 1928.
Viola G., I ricordi miei, Acerra 1905.
Cola S., S. Giuseppe Vesuviano nella storia. Il Vesuvio e le sue eruzioni, Napoli 1958.
Bove A., Architellura e urbanistica a Ponticelli nella seconda metà dell’Ollocento, Napoli (Barra) 1989.
Giornale del Governo della Provincia di Napoli, Anno 1861, Fase. nn. 4, 16 e supplemento del mese di giugno.
Raccolta Ufficiale delle Leggi e ·dei Decreti del Regno d’Italia, Legge Provinciale e Comunale del 20 marzo 1865, n. 2248.
Archivio di Stato di Napoli:
Fondo Prefellura, Fasci n. 194, 360, 576, 577 e 675.
Fondo Ministero degli Interni, III Inventario, Fascio n. 1790, Statistica elettorale amministrativa delle Province Na­poletane per l’anno 1861.
Archivio Storico del Comune di Somma Vesuviana:
Verbali del Decurionato, periodo gennaio 1860 – 15 marzo 1861.
Verbali della Giunta Municipale, periodo agosto 1861 -. dicembre 1867.
Verbali del Consiglio Comunale, periodo novembre 1861 – dicembre 1867.
Documenti vari, relativi al periodo 1859-1861, conservati in cartelle non classificate.

-Il Polittico della Collegiata.

Sull’altare maggiore della Collegiata di Somma è collocato un polittico di indubbia importanza artistico-religiosa Studiato nel ‘SO da Raffaello Causa, venne da questi, con argomentazioni rigorose, attribuito al pittore Angiolino Arcuccio, artista operante a Napoli tra il 1464 ed il 19…

Sempre secondo lo stesso studioso l’opera in questione risalirebbe alla maturità di Arcuccio,intorno ai primi anni del nono decennio del’400.

Questo retablo, per fortuna, è pervenuto fino a noi nelle sue forme originarie, cioè senza aver subito la sinistra sorte di tante altre opere simili: l’essere smembrato o parzialmente disperso. Vanno, però, a rigar del vero, notate alcune grossolane ridi pinture, particolarmente evidenti nella tavola centrale dove un volgare blu cobalto ricopre interamente il manto della Vergine e che andrebbe indispensabilmente rimosso, così pure le sovrapposizioni di colore che ricoprono la figura del devoto.

Fatto sta che proprio grazie a questa integrità dell’opera riusciamo a comprendere appieno non soltanto il programma iconografico espresso in essa (cosa che vedremo più appresso), ma anche l’architettura che sottende la distribuzione delle singole tavole, ed il “montaggio” proprio adottato dall’Arcuccio.

L’opera si struttura in tre comparti verticali su una superficie avente l’elementare forma di un rettangolo sviluppato in altezza (cm 235 x 180), senza guglie o altri elementi decorativi che fuoriescono dal perimetro; il rapporto di larghezza tra i comparti laterali e quello centrale è di 2/3 a 1.

La parte superiore o spalliera del polittico è segnata da tre vistosi archi inflessi, con alte cuspidi, di chiaro gusto ispano (facilmente recepito da Arcuccio, visto che aveva avuto lunghi e frequenti contatti con il cantiere di Castelnuovo e in particolar modo con gli scultori ed architetti al seguito di Alfonso I) molto simili a quelli delle finestre del vestibolo di questa reggia, opera del catalano Pere Joan.

Così come, di ascendenza catalana, risultano gli archi ellittici che concludono le tavole centrali, i quali ben si differenziano dallo schema ad arco ribassato, cosiddetto “durazzesco”, che caratterizza il tardogotico locale .

Ma per quello che c’interessa, è proprio il messaggio religioso a fare, di quest’opera, un documento importante per la socio-storia locale. Essa fu commissionata ad Arcuccio dagli Agosti­niani di Somma, per l’altare maggiore della chiesa da loro officiata (divenuta poi nel 1598, dopo la partenza di questi frati, la Collegiata cit-Polittico della Collegiata – Particolare: S. Martino. Da cui però non va escluso un cointeressato laico, se consideriamo in giusto modo la presenza nel dipinto della piccola, ma molto evidente, figura di devoto, posta com’è nell’angolo sinistro in basso della tavola centrale

Per la comprensione di questo progetto icnografico religioso, ci pare esatto suggerire un percorso di lettura dall’alto verso il basso, recependo in questo modo u n complesso contenuto teologico che andrebbe così riassunto: il Mistero grande della Redenzione, rivelato dalle Sacre Scritture, è depositato nel Magistero della Chiesa per essere rivelato poi al popolo dei credenti (l’allusione al programma dottrinale dei seguaci di S. Agostino risulta assai trasparente).

Troviamo infatti nella parte superiore del retablo (lateralmente) le figure dei quattro Evangelisti con gli inconfondibili “attributi di ascendenza apocalittica dell’Angelo, del Toro, del Leone e dell’Aquila; al centro, invece, le figure dei due Profeti maggiori Isaia e Geremia con il classico attributo dei filatteri srotolati disposti a mo’ di tondi clipeati.

Seguono, più sotto, le raffigurazioni dell’Annunciazione (divisa in due riquadri laterali) e della Deposizione (parte centrale), intese come l’essenza della fede cristiana l’incarnazione e la Morte di Dio.

Ancora più in basso troviamo lateralmente i riquadri con San Martino a cavallo e San Giovani Battista alludendo entrambi all’attuazione degli insegnamenti del Vangelo, con il principio della Carità (attraverso l’emblematica azione di San Martino che dona il proprio mantello al povero, che sintetizza a sua volta l’insieme delle Opere di Misericordia corporale) e a quello della Povertà (attraverso la figura del Battista con il distacco dalle cose terrene e la ricerca dei valori spirituali), riferimenti questi alquanto strumentali alla regola degli Eremitani, committenti dell’opera.

Quindi, quasi per conseguenza logica, troviamo nella parte conclusiva in basso, in corrispondenza del San Giovanni, la figura di un Santo Vescovo: esattamente Sant’Agostino, supposto fondatore degli Eremitani, con gli attributi abituali della mitria, del pastorale e del libro delle Scritture.

In corrispondenza di San Martino troviamo, invece, la figura di un Santo Pontefice (probabilmente San Gregorio Magno), che allude alla missione nel mondo della Chiesa.

Conclude questo “percorso iconico” la grande tavola centrale con la Madonna in trono col Bambino, un impianto iconografico di antica tradizione, che vede “la Vergine devota” contemplare il Mistero del Figlio sotto un baldacchino damascato e seduta su un tono ad intarsi policromi. Entrambi, trono e baldacchino, sono prospettica mente costruiti, volti a creare u n invaso spazioso nuovo, che risulta del tutto assente nelle altre tavole del retablo. Nonostante il macchinoso e arcaico modo di costruzione prospettica , questo trono (col baldacchino) si rivela assai interessante, sia dal lato “architettonico” con i riferimenti specifici che esprime rispetto alla coeva architettura tombale napoletana (in particolare rispetto alla tomba Brancaccio del Michelozzo in S. Ange­lo a Nilo e a quella di Ruggiero Sanseverino di Andrea da Firenze in S. Giovanni a Carbonara) e sia per gli elementi simbolici che contiene.

Le due aquile, per esempio, che campeggiano sui pilastri anteriori dei poggioli (del resto si tratta di una sola immagine di aquila ripetuta due volte in modo speculare) hanno un grosso “peso” simbolico, che è racchiuso nella singolare capacità attribuita (per antica credenza) a questo uccello di “percepire l’intellegibile”, considerando che il suo sguardo può fissare il sole: esattamente come Maria, nel dipinto, che sta fissando . il Figlio “Sole che sorge”, come dal Cantico di Zaccaria (6).

Così pure i due vasi all’altra estremità dei poggioli, forieri di un indubbio simbolismo con densato nell’allusione al principio della fecondità attribuito a quest’oggetto, “atto a raccogliere l’acqua del cielo e il latte materno”: metafore della divina e generosa maternità della Vergine, che si traducono anche nella certezza del ruolo grande di “Dispensatrice di grazie”.Appunto nella direzione anzidetta che possiamo leggere il significato della figura in ginocchio.

SUMMANA.

 

Angiolillo Arcuccio-Polittico raffigurante Madonna con Bambino e Santi – Chiesa Collegiata di Somma.

(Foto Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli).Posta ai piedi di Maria. Si tratta di un devoto (un notabile sommese del Quattrocento), nel suo tipico costume d’epoca, che poggia le grucce (ormai non più necessarie) sul piano del primo gradino del Thronum Gratiae, quale segno di ex voto.

È questo un brano singolare, di inequivocabile valore socio-religioso, testimone della presenza di una radicata pratica di devozionismo mariano nell’area vesuviana, in anticipo di almeno mezzo secolo alle “eloquentissime” tavolette votive cinquecentesche della Madonna dell’Arco .

La Vergine, in questa tavola centrale e nell’intero impianto iconografico del polittico, è presentata come protagonista prima, facendo acquistare a tutta la tematica dell’opera un carattere marcatamente mariologico, sebbene rigorosa mente inserito nel contesto evangelico.

Si tratta dell’esaltazione del ruolo divino di Maria, che, in ambito locale, avrà un peso caratterizzante nel formarsi del deviazionismo, fenomeno che diverrà di quasi esclusivo carattere mariano.

Sul piano propriamente artistico, il Causa evidenzia come quest’opera sommese è legata ancora “al repertorio di bottega di Jacomart Baço, se pure aggiornata alla napoletana”. Ma in essa si avverte anche qualche “novità” formale, specialmente nelle due tavole del “Santo Vescovo” e del “Santo Pontefice”, “dove qualcosa di nuovo ha sommosso le acque della pittura meridionale” non per merito di Colantonio “ma molto invece (e con grande forza di diffusione) per l’anelito Pierfrancescano che aveva guardato il suo giovane discepolo venuto di Sicilia, Antonello”.

Occorre dire, infine, sempre a proposito della personalità dell’Accuccio, che dopo il fondamentale studio di Raffaello Causa, non ci sono stati altri contributi di rilievo. Importanti, però, restano i rimandi alla “voce” Arcuccio del Dizionario Biografico degli Italiani (voi. IV di O. Ferrari e la scheda a firma “f.n.” (Fausta Navarro) e Arcuccio Angelillo, in AA.VV., La Pittura in Italia, Il Quattrocento (voi. II), Electa, Milano 1987 Antonio Bove.

A tale proposito non va trascurata la indubbia somiglianza tra quest’opera di Arcuccio e il Polittico di S. Gregorio, di Antonello da Messina, conservato nel Museo Regionale disposta ai piedi di Maria. Si tratta di un devoto (un notabile sommese del Quattrocento), nel suo tipico costume d’epoca, che poggia le grucce (ormai non più necessarie) sul piano del primo gradino del Thronum Gratiae, quale segno di ex-voto.

È questo un brano singolare, di inequivocabile valore socio-religioso, testimone della presenza di una radicata pratica di devozionismo ma­riano nell’area vesuviana, in anticipo di almeno mezzo secolo alle “eloquentissime” tavolette votive cinquecentesche della Madonna dell’Arco .